Compare un nuovo mondo immaginario e misterioso nella musica delle Nite Bjuti. Minwi appartiene alla storia dell’evocazione spiritica, alla comunicazione oracolare, alla possessione sciamanica. È una botola segreta che accede verso un passaggio sonoro sfuggente alle comuni tassonomie, dove spiritual jazz, memoria diasporica – in questo caso caraibica – improvvisazione radicale e tensione politica convergono in un’unica congettura dinamica. Nite Bjuti non lavora dentro il linguaggio della contaminazione — parola spesso abusata — ma all’interno di una pratica di metamorfosi continua, agendo come un’orchestra del tempo perduto, capace di convocare presenze, genealogie e immaginare futuri possibili. Questo trio tutto al femminile non cerca di sedurre l’ascoltatore ma piuttosto lo inizia. Minwi è il secondo lavoro dopo l’omonimo Nite Bjuti (2023) – leggi qui – ma in questo caso l’album si muove come una liturgia notturna – il titolo in lingua creola significa infatti mezzanotte – proiettando l’ascoltatore al cospetto di una seduta di channeling con tre sacerdotesse che parlano agli spettri.
L’album sembra custodire una memoria antica e, nello stesso gesto espressivo, indicare qualcosa in più che è ancora oggetto in divenire. Il suo sound è intricato e debordante ma non si riduce a qualcosa di gratuitamente caotico. Piuttosto lo descriverei come una trama mobile di pulsazioni elettro-acustiche che si animano nell’ombra, con bassi tellurici, ampi spazi di silenzi e vocalità che salgono come invocazioni e poi si frantumano in sussurri. Qui il gergo sedimentato del jazz viene non solo smontato e ricomposto con un’attitudine che ha qualcosa di nobile e irriducibile, ma richiama – e forse questo è tra gli elementi più importanti – la fedeltà all’idea del rischio e della liberazione come necessità estetica. Non si pensi ad una traduzione musicale troppo cerebrale, al contrario, Minwi respira carne, desiderio, ferite, echi degli antenati come se ogni improvvisazione portasse dentro una biografia emotiva. Ecco, parliamo di questi antenati. Soprattutto le ultime generazioni di jazzisti – penso, come primo impulso, ad Immanuel Wilkins, vedi qui – sembrano coinvolti in questo recupero non tanto e non solo per riallacciarsi alle loro antiche tradizioni culturali ma per cercare veri e propri legami di sangue, quel genotipo originario sradicato dalle terre naturali ed importato a forza nelle Americhe. Non vedo, però, in queste rivendicazioni d’orgoglio, alcun motivo di rimostranza e di contrapposizione. Emerge bensì un tentativo più inclito rispetto ad un inutile perdono che spinge verso l’acquisizione di sentimenti e pensieri migliori. Gli agatodemoni che possiedono le tre musiciste di Nite Bjuti – ricordo che queste sono Val Jeanty alla batteria e suoni elettronici, Mimi Jones al contrabbasso e Candice Hoyes alla voce principale – suggeriscono loro, infatti, di superare la grettezza, l’aggressività gratuita e i desideri di sopraffazione verso il prossimo, non dimenticando che il mondo femminile nero, dalla deportazione in poi, è stato quello da sempre più segregato e che ha dovuto patire il maggior carico di sofferenza. Il fascino di Minwi consiste in una musica che non segue una direzione logica ma si sviluppa egualmente in modo euristico, per tentativi, deviazioni, illuminazioni improvvise, laddove ogni brano è sempre una singolare scoperta. L’album evoca immagini che sfiorano le oleografie africane ma queste non fanno parte di un esotismo illustrativo, sono invece apparizioni mentali, memorie sonore che si attivano per allusioni e simbolismi. Qui agisce una sensibilità acutamente femminile, ancestrale, non folklorica, che sa risalire alle fonti per abbeverarsene. Nite Bjuti sembra avere un terzo occhio – abbondantemente citato nei testi – una facoltà di vedere la musica come pratica visionaria.
Per questo le composizioni paiono talvolta provenire da un altrove, come se il trio intercettasse invisibili particelle-onda fantasmiche. Siamo al cospetto di una bellezza ruvida, fatta di colori agri, timbri abrasivi, dissonanze graffianti. Eppure dalla materia aspra emerge spesso un senso di appagato abbandono, una dolcezza inattesa. E in effetti questo è il paradosso più riuscito dell’album che riesce ad essere severo e accogliente, inquieto e consolatorio. La musica non indulge nel lamento ma sa trasformare la vulnerabilità in un desiderio di forza collettiva. Minwi riesce quindi a sottrarsi tanto al revivalismo quanto all’afro-futurismo di maniera. Non reinterpreta le radici, non promette utopie, ma pratica possibilità. In questo senso ribalta anche molta retorica sulle musiche afro-diasporiche – identità, tradizione, avanguardia – restituendo la dovuta complessità e lo specifico peso storico. La dimensione ritmica, poi, merita un discorso a parte. Le percussioni più che avere un ruolo d’accompagnamento, sono la vera architettura edificante dell’album. Supportano il peso delle tradizioni ritualistiche con i loro moti di d...