Attiva da quasi un quarantennio, l'etichetta svizzera Intakt agisce su diverse linee editoriali e progetti ugualmente importanti: dar spazio a maestri ancora in piena attività ma non più visibili come un tempo, stimolare le creazioni che incorporano riflessioni contemporanee sull'improvvisazione e, infine, ricercare con costanza e cognizione di causa nuovi talenti. Come il giovane sassofonista Simon Spiess, che con "Euphorbia" per la prima volta ha riunito in studio un gruppo di musicisti brillanti quali Marc Méan al piano ed elettronica e Jonas Ruther alla batteria e all'occorrenza al piano; trio che in realtà è un quartetto, perché una parte decisiva la ricopre Dan Nicholls, specialista in sampling, synth e missaggi particolari, con un ventaglio di possibilità offerte da collages in lo-fi e hi-fi che non possono non far pensare a contemporanee avventure sonore in ambiti art e post-rock sulla scia dei dischi più avventurosi dei Radiohead, ad esempio.
Ammaliante, sinuoso, spesso al di là di ogni definizione il jazz senza confini concepito da Simon Spiess, nel quale entrano iterazioni continue di semplici cellule melodico-ritmiche a lanciare stranite divagazioni in terre di nessuno cangianti, quasi psichedeliche. Gli esiti sono spesso imprevedibili: si ascolti "Light Light Light", un reggae-jazz fantascientifico, o "Bley Foncé", quasi un outtake dall'officina sonora di Shabaka Hutchings. Su tutto, si apprezza il vibrato quasi angelico del sax tenore di Simon Spiess, lontano discepolo di Charles Lloyd, che dà sempre l'impressione di tener sotto controllo con eleganza e volontà precisa una potenza reale di suono e fraseggio che tutto travolgerebbe. Invece domina un equilibrio generale di suono che affascina e convince al primo ascolto, e invoglia a ricominciare da capo.